Articolo 03 · 1 luglio 2026 · 9 min di lettura
Quando la scuola ha smesso di funzionare
La scuola sembrava funzionare. Poi abbiamo visto il prezzo che nostro figlio pagava per resistere fino alla fine della giornata.

Non è mai stato contento di andare all’asilo, ma tutti dicevano che fosse normale. Che ai bambini serve un po’ di tempo per abituarsi. Ed era vero. Con il tempo si era un po’ abituato e aveva creato delle amicizie che ancora oggi conserva.
Sapevamo da sempre quale sarebbe stata la sua scuola elementare. La scuola pubblica del nostro quartiere è un’ottima scuola, con valori molto simili ai nostri e una grande partecipazione delle famiglie alla vita scolastica. Si trova vicino a casa nostra. Ogni volta che ci passavamo davanti gli dicevamo: “Un giorno andrai a scuola qui”.
Per me era un sogno. L’idea che potesse costruire amicizie fin dall’infanzia e crescere nella stessa comunità per dieci anni significava tantissimo. La mia infanzia è stata divisa tra New York, l’Italia e la Svezia, e una delle cose che mi è mancata di più è stato proprio il senso di appartenenza a una comunità. Pensare che mio figlio avrebbe avuto tutto questo mi rendeva profondamente felice.
Ha iniziato lì per il Pre-K, ed era andato abbastanza bene. Guardando indietro, credo che una parte del motivo fosse che le giornate erano ancora molto semplici. C’era il riposino dopo pranzo e quasi tutte le attività si svolgevano nella stessa aula, con la stessa insegnante.
Quando qualcosa ha iniziato a cambiare
Guardando indietro, credo che sia stato con il Kindergarten che qualcosa abbia iniziato a cambiare. Era pensato come preparazione alla prima elementare. Non c’era più il riposino. I bambini iniziavano a spostarsi tra aule diverse in base alle attività e, soprattutto, mangiavano in una grande mensa insieme a molte altre classi.
La mattina iniziò a opporsi sempre più spesso all’idea di andare a scuola. Diceva di avere mal di pancia. Sembrava ansioso.
Quando andavo a prenderlo, usciva dall’edificio ancora composto, come se avesse trattenuto tutto per tutta la giornata. Ma poco dopo iniziava a urlare che voleva tornare subito a casa. Una volta rientrati, non era quasi possibile parlargli per diverse ore. Aveva bisogno di stare da solo per riuscire, lentamente, a recuperare.
Nel frattempo continuavano anche le difficoltà con la popò. Erano migliorate un po’ grazie ai farmaci, ma ogni sera darglieli era una battaglia. Continuavo a pensare che, prima o poi, si sarebbe abituato.
Dopotutto frequentava quella comunità da quasi quattro anni. Un anno e mezzo di preschool (l’asilo), poi il Pre-K e ora il Kindergarten. Molti dei suoi amici della preschool erano andati nella sua stessa scuola. Gli volevano bene e lui stava bene con loro.
Eppure, invece di migliorare, sembrava peggiorare.
Quando iniziò la prima elementare, ogni mattina era una lotta. Mi chiedeva continuamente quanti giorni mancassero al fine settimana. Mi implorava di non mandarlo a scuola. Alcune mattine lo trovavo sdraiato sul pavimento, in posizione fetale, dicendo che non si sentiva bene. Non aveva febbre. Non era raffreddato.
Pensavamo che il problema fosse l’ansia. Ormai sapevamo che era autistico e ADHD, così, insieme ai medici, abbiamo deciso di provare anche una terapia con un antidepressivo SSRI. Speravo che, se fosse riuscito a sentirsi un po’ più sereno, la scuola sarebbe diventata più sostenibile.
Non cambiò nulla.
La sua resistenza ad andare a scuola rimase identica.
Una domanda diversa
Nello stesso periodo iniziai a leggere sempre di più. Lessi Free to Learn, iniziai a capire meglio come funzionava la play therapy che faceva ogni settimana e trovai una comunità di genitori con figli neurodivergenti.
Fu allora che iniziai a farmi una domanda diversa.
Non più: “Come facciamo a convincerlo ad andare a scuola?”
Ma: “Che cosa sta facendo la scuola al suo sistema nervoso?”
Fu un cambio di prospettiva enorme.
Compresi che non stavamo parlando di mancanza di volontà o di carattere. Stavamo parlando di un bambino che viveva in uno stato di stress così prolungato da perdere, poco alla volta, l’accesso anche ai bisogni più fondamentali.
Lasciare la scuola
Quando decidemmo di ritirarlo da scuola fu una delle decisioni più dolorose della mia vita.
L’ultimo giorno, quando andai a prendere le sue cose dalla classe, piansi per tutto il tragitto verso casa. Piangevo per l’infanzia che avevo immaginato per lui. Piangevo per la comunità che sentivo di perdere. Le altre famiglie, le feste di classe, le gite, le chiacchiere davanti alla scuola, quella quotidianità che avevo sempre desiderato anche per me.
Ma una volta chiusa la porta di casa, la realtà era un’altra.
Il lungo percorso di recupero
Per quasi un intero anno mi ritrovai con un bambino che non riconoscevo più. Aveva perso le sue passioni e passava tutta la giornata a letto con l’iPad.
Non riuscivamo più a lavargli i denti.
Non riuscivamo a fargli fare il bagno.
Non voleva vestirsi.
Non voleva più vedere i suoi amici.
Non voleva più uscire di casa.
Ogni piccola richiesta sembrava mandarlo nel panico.
Fu allora che capimmo che il problema non era più la scuola in sé. Il suo sistema nervoso era ormai talmente sopraffatto che togliere la fonte dello stress non sarebbe bastato. Davanti a noi c’era un lungo percorso di recupero.
Una nota importante
Questa è la nostra esperienza, non una verità universale. Ogni persona neurodivergente ha bisogni, capacità e modi di comunicare diversi.